Incarnazione, morte e resurrezione del Verbo di Dio secondo san Gregorio Palamas

Di Eulalios Thomaidis

Il presente testo si basa sull’Omelia XVI, Sul Grande Sabato, Migne PG 151, 189-220 di san Gregorio Palamas.

Con una disobbedienza irriducibile, l’uomo si è volontariamente sottomesso al demonio, cioè ha adottato il suo stile di vita: negare costantemente ogni riferimento al Dio vivificante, fonte dell’esistenza di tutta la realtà creata, sia intelligente che irrazionale, come afferma san Gregorio Palamas. Era giusto che l’uomo fosse abbandonato da Dio, perché per primo è stato l’uomo ad abbandonare Dio attraverso la sua volontaria sottomissione alla negazione della vita, agli spiriti maligni.

Perciò, affinché il male non diventasse immortale, cioè affinché non diventasse realtà il fatto della negazione di Dio (la perfetta malvagità), Dio ha permesso la morte del corpo. In questo modo ha limitato la negazione di Dio che l’uomo fa con la sua gnomi (opinione), cioè ha limitato la cessazione della vita dell’anima, l’allontanamento dalla vita increata di Dio. La morte corporea è il primo antidoto contro la morte perenne (il taglio definitivo del creato dalla sua relazione divinizzante con l’increato). Quindi la morte non è un castigo (come invece sostiene la tradizione teologica agostiniana), ma una beneficenza divina che nega la malvagità.

Dio non ha voluto lasciare che il genere umano si allontanasse definitivamente dalla sua energia divinizzatrice, come è successo nel caso dell’inventore del male, il diavolo. Tra la miriade di modi in cui avrebbe potuto salvare l’uomo, come ricorda vividamente san Gregorio Palamas, a causa della sua onnipotenza, preferì quello dell’incarnazione, così da poter sconfiggere il diavolo e la morte dall’interno, cioè con le loro stesse armi (con la morte ha vinto la morte). Quindi il motivo dell’incarnazione non è altro che l’abbondanza di carità e di bontà di Dio, cioè l’amore divino increato, e non una sorta di espiazione dell’ira di Dio Padre, come vorrebbe Anselmo d’Aosta, o un accordo legale con il diavolo, strumento “punitivo” di Dio, come vorrebbe sant’Agostino. Dio voleva che il vincitore (il diavolo) fosse sconfitto dallo sconfitto (l’uomo stesso). Affinché il vinto potesse vincere o, in altre parole, l’umiliato potesse umiliare colui che lo ha sconfitto e umiliato, era necessario che l’uomo fosse senza peccato, cosa impossibile nella condizione post-caduta degli uomini. Questa assenza di peccato poteva dimostrare che la natura umana è buona in sé, poiché deriva da un Dio buono.

Il Figlio (seconda Persona della Trinità, che è un Dio unico in tre Persone/ipostasi: Padre, Figlio e Spirito Santo) si incarnò e nacque come essere umano “senza seme”, cioè senza la relazione coniugale di due genitori (uomo e donna): formò il suo corpo umano e la sua anima nel grembo della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Se Cristo fosse nato con il seme umano, allora sarebbe stato il risultato della volontà gnomica (volontà personale) dei suoi presunti genitori e avrebbe avuto una seconda Persona (o ipostasi). Se Cristo avesse due Persone, allora l’unione delle due nature (umana e divina) in Cristo non sarebbe ipostatica (in una sola Persona), ma morale o relativa (Nestorianesimo), quindi Cristo non sarebbe Dio Verbo nella carne, ma un semplice uomo divinizzato. E se fosse un uomo divinizzato, come lo erano i giusti e i profeti dell’Antico Testamento, non potrebbe essere in alcun modo senza peccato e dunque non avrebbe potuto salvare la natura umana decaduta.

Alla luce di quanto detto, Cristo non ha avuto bisogno di nessuna purificazione, cioè non ha avuto bisogno di nessuna lotta sobria per liberarsi dalla volontà gnomica (volontà personale) che per Lui non esisteva. Proprio per questo Cristo è diventato il “Nuovo Adamo”: “Adamo” per la perfezione e l’assenza di peccato della sua natura umana, e “Nuovo” perché ha riportato la natura umana alla sua bellezza arcaica. Cristo ha quindi perfezionato sia la vita sia la morte secondo l’umanità. È morto (e non è stato ucciso, perché di solito l’uccisione è involontaria) sulla croce per scendere negli inferi. L’Ade non è altro che lo stato di separazione dell’uomo dall’energia increata di Dio. È la prigione in cui l’uomo si è volontariamente gettato in collaborazione con il demonio. Negli inferi, dunque, l’anima di Cristo ha predicato la Sua Parola alle anime umane: ha emesso la luce divina increata, che scaturisce sia dalla Sua divinità sia dalla Sua umanità (a causa dell’unione ipostatica del Verbo). Coloro che avevano vissuto “cristianamente” prima di Cristo, cioè coloro che non erano imprigionati nella loro volontà gnomica, sono risorti. Sono risorti nel senso della prima resurrezione dell’anima, cioè sono tornati a fare riferimento alle energie increate di Dio.

Con la resurrezione del Suo corpo, Cristo ha dato agli uomini una doppia resurrezione, quella dell’anima e quella del corpo. Cristo ha ingannato l’ingannatore, come dice san Gregorio Palamas, ma con giustizia. L’ingannatore-diavolo ha creduto di poter trattenere l’anima di Cristo nel suo regno (gli inferi), così ha tramato e collaborato con i Giudei e i Romani per condurre Cristo alla morte. Ma per Cristo questa morte non è altro che vita increata. I cristiani sono battezzati in questa morte di Cristo, che è identica alla vita. I battezzati in Cristo non fanno altro che mettere volontariamente a morte l’uomo vecchio, che è stato sconfitto dalla morte e dalla resurrezione di Cristo, e indossare l’uomo nuovo. Diventano portatori di Cristo (cristofori) se e quando presentano il loro corpo e la loro anima liberi dai tipi e dagli schemi dell’era presente (secolo presente): liberi dai piaceri della carne (piaceri sensuali) e da quelli dello spirito (ideologie). Quando Cristo trova un essere umano amorfo, cioè non incapsulato nelle cose create (materiali e mentali), allora gli dona la Theosis increata, che scaturisce ora dal corpo umano di Cristo. Il cristiano può godere delle energie divine del Dio Trino, che sono offerte a ogni credente in virtù dell’economia divina incarnata e dell’accettazione di questo dono da parte dell’uomo.

Articolo pubblicato su «Orthodoxos Typos» a Pasqua 2024.

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