La manifestazione e la distribuzione dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste

Di Eulalios Thomaidis

Il presente testo è una sintesi del discorso 24 di san Gregorio Palamas sulla Pentecoste, che si trova in PG 151, 308-320.

Come afferma san Gregorio Palamas, lo Spirito Santo non è una cosa che viene solo inviata, cioè mera energia naturale, ma è una cosa che anche invia, cioè ipostasi (Persona). Lo Spirito Santo invia per energia il proprio sé insieme al Figlio, che secondo natura umana è asceso al cielo, e al Padre, dato che l’energia divina increata è comune alle tre ipostasi (Persone) della Santa Trinità. La comunanza di energia indica che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uno secondo la Divinità, ma non uno secondo l’ipostasi e l’umanità che è stata incarnata.

A Pentecoste, quindi, lo Spirito Santo ha svolto la missione di edificare il corpo della Chiesa. Questo però non significa che lo Spirito Santo non fosse all’opera già ai tempi dell’Antico Testamento, quando aprì gli occhi dei patriarchi, dei giusti e dei profeti e li rese degni di vedere visioni increate. L’azione dello Spirito Santo si vede anche ai tempi del Nuovo Testamento, quando costruì insieme al Figlio (una comune azione increata) nel grembo della Vergine Maria il corpo umano di Gesù Cristo. Cosa è cambiato, dunque, con la Pentecoste, visto che la potenza dello Spirito Santo è sempre stata presente nella realtà creata? Ciò che è cambiato, secondo san Gregorio Palamas, è la possibilità per l’uomo di diventare partecipe dell’azione divina dello Spirito Santo, dal momento che la natura umana è stata divinizzata ed è risorta intera nella Persona (ipostasi) increata di Gesù Cristo. La natura umana di Gesù Cristo siede alla destra del Padre come creatura, in quanto assunta e risorta. Questo fatto significa per l’uomo la capacità di ricevere la potenza divina dello Spirito Santo. L’ascensione di Cristo è quindi la condizione fondamentale della venuta degli atti (energie) dello Spirito Santo.

Per quanto riguarda le lingue di fuoco che si videro sul capo degli apostoli, esse non furono manifestazioni create dell’increato, come predica erroneamente Agostino d’Ippona. Venne fatta una descrizione creata della presenza dell’increato nei degni. Il termine evangelico “lingua di fuoco” indica la consustanzialità dello Spirito Santo con il Verbo, poiché il Verbo e la lingua (manifestazione del Verbo) sono inseparabilmente legati. La lingua-Spirito, dunque, rivela il Verbo-Figlio, che, a sua volta, rivela la Mente-Padre. Inoltre la lingua infuocata non solo indica la consustanzialità, la comune volontà e l’equivalenza delle ipostasi (Persone) della Santa Trinità, ma anche la doppia proprietà dell’energia della predicazione degli apostoli. La parola degli apostoli è un fuoco che brucia e punisce i viziosi, e questo stesso fuoco è una luce (la parola della dottrina secondo Cristo) che illumina e perfeziona i meritevoli.

Infine il numero plurale delle lingue indica la divisione indivisibile dell’energia (atto) divina increata, a causa della diversa disposizione nel riceverla delle creature logiche, che differiscono per ricettività e proporzione della fede (infatti i doni dello Spirito Santo sono diversi proprio per mostrare che la natura non è grazia). In breve, il fuoco è un’immagine della trasmissione dell’energia divina alle creature, perché il fuoco anch’esso, in qualche modo, si divide senza divisione, sebbene sia sensibile o materiale. La natura umana di Cristo, invece, possiede la pienezza di tutte le energie divine, e non una sola parte di esse. Questo perché la natura umana di Cristo è stata assunta dall’ipostasi del Figlio.

Ciò che a Pentecoste è stato fatto, quindi, è stato fornire la possibilità della visione di Dio in Dio stesso («nella tua luce vediamo la luce»). Inoltre il fatto reale della Pentecoste è attestato dall’esistenza di persone divinizzate che vedono Dio e lo rispecchiano ai credenti comuni. Ma senza la sottomissione dei credenti comuni agli uomini divinizzati che vedono Dio, il dono della Pentecoste verrà concepito come fuoco e non come logos.

Articolo pubblicato su «Orthodoxos Typos».

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