Replica alla lettera di p. Dimitrios Grigoriatis

PREMESSA: Il monaco Maximos Lavriotes è andato via dal Monte Athos quando è diventato archimandrita. È diventato priore del monastero di San Giovanni il Teologo ad Alexandroupolis (Grecia). Non è mai stato cacciato dal Monte Athos. È stato diffamato in quanto persona scomoda.
Guarda il video “Intervista al monaco Maximos Lavriotes” in cui viene spiegata la famosa lettera inviata dai Venti Monasteri del Monte Athos al Sig. Bouris.
Guarda il video “La vita e la teologia del monaco Maximos Lavriotes” con la spiegazione del dott. Georgios Karalis.

Ci si permetta, anzitutto, di esprimere la nostra contentezza per il fatto di avere, con lo scritto di p. Maximos, suscitato un dialogo. Abbiamo infatti pubblicato l’articolo del monaco Lavriotes scrivendo: «Ovviamente quanto sostenuto in questo intervento non rappresenta l’unica interpretazione possibile né è l’attuale posizione espressa da tutta l’Ortodossia sull’Eucaristia… Lo proponiamo quindi come spunto di riflessione e come sincero desiderio di ricerca per le attuali considerazioni eucaristiche». La risposta dello ieromonaco Dimitrios del monastero di Grigoriou non si è fatta attendere. Siamo sinceramente felici del dibattito che si è creato e siamo, naturalmente (visto che noi stessi l’avevamo chiesto), disposti al confronto. È questo lo scopo della nostra rivista. In questo senso, la risposta athonita ci lusinga, perché è comunque indice di stima e considerazione. E tuttavia lo scritto del monaco Dimitrios ci lascia, in non pochi punti, del tutto perplessi, se confrontiamo quello che egli afferma con quanto leggiamo nei padri. Entriamo adesso nel cuore del dibattito.

La prima perplessità concerne la metodologia di cui si è servito il monaco Dimitrios Grigoriatis per la sua risposta. Per contestare l’articolo di p. Maximos egli si serve delle stesse ed esclusive parole di Maximos! Nessun riferimento a un padre della Chiesa che dia ragione a quanto sostenuto dal monaco Dimitrios. Forse egli vede nella propria posizione (o in quella del proprio monastero) la posizione della Chiesa, ma ciò, come tra poco vedremo, non è affatto corretto, perché i padri della Chiesa hanno sostenuto tesi contrarie rispetto a quelle affermate dal monaco. Noi pensiamo che la teologia della Chiesa ortodossa si identifichi con la teologia così come l’hanno vissuta e proclamata i padri teofori e divinizzati, e non come viene espressa da un singolo monastero o da un singolo monaco, fosse pure del Monte Athos (che non è il Vaticano dell’Ortodossia né ha la responsabilità pastorale degli ortodossi presenti in Italia). Essere monaco (come essere laico battezzato) non significa automaticamente salvezza o divinizzazione. A tale proposito, un testo di san Massimo il Confessore ci invita a entrare nelle “cose di Dio” – e nel dialogo su di esse – con “timore e tremore”:

«I santi, per acquisire la beata conoscenza di Dio, non considerarono in modo materiale e meschino, come facciamo noi, la creazione e la Sacra Scrittura, vale a dire servendosi solamente della sensazione e delle apparenze e delle forme, né mediante lettere e sillabe, dalle quali provengono l’inciampo e l’errore quando si giudica la verità, ma impiegando solamente l’intelletto nella sua forma più pura e libera da ogni caligine materiale» (Ambigua, PG 91, 1160).

Tornando al monaco Dimitrios, facciamo notare che il 70% della sua contestazione all’articolo di p. Maximos si basa sullo scritto di colui che viene contestato, materiale disposto, per giunta, in ordine tale da confermare la tesi che si vuole dimostrare. Ma questo metodo non ci pare né scientifico né onesto. È come, per capirci, se noi accostassimo Matteo 27,5: «Egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò ed andò a impiccarsi» all’altro versetto scritturistico: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso»… La conclusione che si imporrebbe dopo l’utilizzo di un simile metodo sarebbe che l’evangelo ci invita tutti a impiccarci…

Una seconda perplessità ci viene dalla seguente affermazione: «Lo scopo finale per tutta l’umanità di unirsi a Cristo non è né inevitabile né imprescindibile se non esiste la “metania” e una vita in Cristo nella Chiesa. Sono note le parole di Paolo: “Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali né idolatri né adulteri né effeminati né sodomiti né ladri né avari né ubriaconi né maldicenti né rapaci erediteranno il regno di Dio”».

Se abbiamo capito bene, qui il monaco Dimitrios ci dice che alla fine dei tempi non tutti si uniranno con Cristo, ma solo quelli che si pentono (interpretando male lo stesso Paolo che afferma che alla fine tutto sarà ricapitolato in Cristo). La domanda che sorge spontanea è questa: Quelli che non si pentono non si uniranno dunque con Cristo? Dove vivranno? In un luogo dove Cristo non c’è? L’inferno è allora assenza di Cristo? Ma esiste un luogo dove Dio non ci sia?

A tali interrogativi rispondiamo non con la nostra opinione ma con gli scritti di san Massimo il Confessore: «La natura non ha i principi delle realtà che sono oltre la natura, come non ha le leggi di ciò che è contro natura. Chiamo “oltre natura” il divino e inconcepibile piacere che Dio per natura produce unendosi per grazia a quelli che ne sono degni. E chiamo “contro natura” il dolore inesprimibile dato dalla mancanza di questo piacere e che Dio produce per natura negli indegni quando si unisce ad essi in modo non conforme alla grazia. Dio infatti si unisce a tutti – egli sa come – secondo la qualità della disposizione presente in ciascuno, e dà a ciascuno – al momento in cui ciascuno è da lui plasmato – la sensibilità capace di ricevere lui che si unirà certamente a tutti alla fine dei secoli» (Capitoli vari. Quarta Centuria, 20). Sono le parole di san Massimo il Confessore (parole che il monaco Dimitrios sembra ignorare totalmente, come sembra ignorare quelle di altri padri che hanno il medesimo pensiero). Se quelle parole sono eretiche, il monaco Maximos Lavriotes è in buona compagnia… Conclusione: san Massimo il Confessore (assieme ad altri padri) ci dice che alla fine dei tempi tutti inevitabilmente si uniranno con Cristo, Cristo che sarà “tutto in tutti”. Simile unione per quelli che si sono pentiti e sono entrati nello stadio della purificazione o in quello dell’illuminazione o in quello della glorificazione significherà pienezza di vita, mentre per gli altri sarà fuoco che brucia, dolore che Dio produce negli indegni quando si unisce ad essi in modo non conforme alla grazia. Questo insegnano i padri, questa è la fede ortodossa, questa è la nostra fede!

Un’altra perplessità solleva la seguente accusa fatta al monaco Maximos: egli «non fa mai menzione di ciò che è indispensabile per l’ingresso dell’uomo nella Chiesa né della partecipazione della sua volontà e della sua lotta per far parte della salvezza in Cristo».

Sennonché, p. Maximos Lavriotes aveva scritto nella nostra rivista “Italia ortodossa” (primo e secondo trimestre 2000, pp. 24-25): «Ci sono tre stati possibili nei quali gli esseri umani possono ritrovarsi: a) lo stato secondo natura (cioè ad immagine e somiglianza di Dio). Tuttavia questi uomini rimangono innocenti solo sconfiggendo qualche attacco del nemico; b) lo stato contro natura. È una condizione peccaminosa nella quale ogni pensiero malvagio attraversa liberamente la mente umana e conduce ad atti e parole altrettanto malvagi; c) lo stato oltre i limiti della natura umana che nasce sempre dall’iniziativa di Dio con la quale Egli unisce se stesso alle sue creature manifestandosi immediatamente. È precisamente quant’è accaduto ai santi Seraphim e Motovilov durante il loro incontro. Non esiste alcun modo per gli esseri umani di evitare uno di questi tre stati. Possiamo trovare persone che vivono secondo natura, cosa molto rara oggi, persone che vivono contro natura, che sono la norma, e scoprire delle persone che, per un certo tempo, hanno vissuto oltre i limiti della loro natura, cioè in suprema unione con Dio gustando un anticipo della prossima vita. Nella vita futura tutti gli esseri umani senza eccezione si troveranno, per grazia di Dio, oltre i limiti della loro natura. Secondo san Marco l’eremita, “astenersi dal peccato è la vera funzione della natura umana, non una somma da versare in cambio del Regno di Dio”. La natura umana è stata fatta da Dio specialmente con la capacità di astenersi dal peccato. In termini pratici come potrebbe accadere? Ci sono modi in cui la natura umana viene purificata come necessaria condizione per avvicinarsi alla santificazione. Questo è praticamente possibile nell’ascesi. La vita ascetica richiede disciplina fisica ed intellettuale per preparare le persone a raggiungere lo stato d’illuminazione divina che non è un semplice miglioramento intellettuale. Contrariamente all’approccio agostiniano-tomista, l’illuminazione divina non può divenire una proprietà naturale dell’intelletto umano; è un’attività divina nel corpo e nell’anima che rende le persone innocenti attraverso una sinergia tra lo sforzo umano e la grazia di Dio. Lo stato successivo è la Rivelazione divina o la deificazione, causata interamente dall’increato potere dell’Uno che si identifica direttamente con la sua creatura”». Conclusione: Pensiamo che il monaco Lavriotes abbia già risposto, con questo suo testo, alla critica ingiusta del monaco Dimitrios.

Una quarta perplessità ci provoca la seguente affermazione: «Quando l’apostolo scrive: “Primizia di quelli che dormono”, non si riferisce alle schiere dei santi ma alla persona di Cristo secondo la sua natura umana. Avendo presente l’intero sistema di pensiero del monaco Maximos con le sue confuse espressioni, potremmo capire che la sua affermazione riguardante lo “unico Corpo” che risuscitò dai morti “non come caso isolato” ha il significato della resurrezione delle schiere dei santi, nella Resurrezione di Cristo, insieme con Lui. Dicendo “come inizio di un raccolto che preannuncia e promette un guadagno totale”, egli intende tutti gli uomini della terra senza distinzione».

Non è molto chiaro il suo pensiero… Cosa intende il monaco Dimitrios dicendo che “primizia di quelli che dormono” si riferisce alla persona di Cristo secondo la sua natura umana”? Intende forse dire che Cristo ha una persona (ipostasi) umana? O che la natura umana di Cristo ha anche una persona (ipostasi) umana distinta da quella del Logos (seconda persona-ipostasi della Trinità)? In questo caso l’espressione sarebbe nestoriana e condannata dalla Chiesa.

Se poi egli non intende dire questo, ma, con l’espressione “persona di Cristo” si riferisce alla seconda persona della Trinità, cioè al Logos, cosa intende con la confusa affermazione: «“La primizia di quelli che dormono” di riferirla alla persona di Cristo secondo la sua natura umana»? Forse che la persona di Cristo, il Logos increato, muore? Ma questo è impossibile. Il Logos non muore! Il Logos non è morto e per questo non ha bisogno della resurrezione. È la natura umana di Cristo che muore – l’anima, cioè, si separa dal corpo –, ma il Logos rimane sempre unito sia con l’anima che con il corpo, come insegna bene san Giovanni Damasceno (possiamo certo usare l’espressione “il Logos soffre, muore”, perché nella seconda persona della Trinità è stata enipostatizzata la natura umana di Cristo. Ma non dobbiamo dimenticare che l’enipostaton non è un’altra ipostasi in aggiunta al Logos. Qui, tuttavia, il monaco Dimitrios non distingue, anzi confonde la natura e la persona – come dopo vedremo – e per questo non riesce a capire che la natura umana di Cristo è morta e risuscitata e con essa tutta l’umanità, cioè tutti noi): «Giunge, dunque, la morte, e quando inghiotte l’esca del corpo è trafitta dall’amo della divinità, e, avendo gustato il corpo estraneo al peccato e datore di vita, è distrutta e rigetta tutti quelli che un tempo aveva divorato. Come infatti le tenebre scompaiono quando appare la luce, così la corruzione è cacciata via dall’assalto della vita: e per tutti sorge la vita, per il corruttore la corruzione. Quindi anche se egli morì come uomo, e la sua santa anima fu divisa dal corpo immacolato, tuttavia la divinità rimase non separata da ambedue – e cioè dall’anima e dal corpo – e neanche così l’unica ipostasi fu divisa in due ipostasi: infatti sia il corpo sia l’anima fin dal principio ebbero contemporaneamente l’esistenza nell’ipostasi del Logos e, pur essendo stati divisi fra di loro nella morte, tuttavia ciascuno di loro continuò ad avere l’unica ipostasi del Logos. Cosicché l’unica ipostasi del Logos era ipostasi sia del Logos sia dell’anima sia del corpo: infatti né l’anima né il corpo ebbero mai un’ipostasi propria all’infuori dell’ipostasi del Logos; e l’ipostasi del Logos è sempre una sola, mai due. E quindi l’ipostasi di Cristo è sempre una sola e, anche se l’anima fu divisa localmente dal corpo, tuttavia secondo l’ipostasi vi era unita attraverso il Logos» (La fede ortodossa, III, 27).

Ciò chiarito, torniamo alle criticate espressioni di p. Maximos Lavriotes, confuse, secondo il monaco Dimitrios… Esse vengono prese dall’iconografia e dall’innologia ortodosse più autentiche, ed è per questo che non possono essere interpretate diversamente dal loro contesto, ossia con categorie estranee ai padri della Chiesa. La “primizia” non viene riferita solo a Cristo (ciò vale anche per san Paolo), ma a tutti noi esseri umani. Siamo in una logica del già e non ancora che forse il monaco Dimitrios ignora del tutto. Vediamo anzitutto come lo stesso Paolo esprime la “primizia”: «Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami» (Rm 11,16). Per questo l’innologia ortodossa nel Mattutino domenicale, in tutti gli otto toni, proclama: «Quale amico degli uomini (philanthropos), hai fatto risorgere tutta la stirpe di Adamo». Superfluo ogni altro riferimento ai padri, visto che gli inni della Chiesa esprimono in modo preciso, anche oggi, la comune fede nella quale i nostri padri teofori ci hanno generato.

Ma ecco – quinta perplessità – un’accusa arbitraria, di una gravità eccezionale, rivolta a p. Maximos Lavriotes dal monaco Dimitrios: le tesi di padre Maximos deriverebbero dall’induismo! Il suo pensiero sarebbe una «teoria di annullamento delle personali peculiarità che ricorda l’induismo». L’affermazione incriminata di p. Maximos è la seguente: «Con la completa abolizione della “forma di questo mondo” tanto i santi quanto i peccatori non conserveranno neanche una traccia di caratteristiche personali (né di imprese o reati) dal momento che diventeranno Cristo “per grazia” gli uni, o “malgrado la grazia”, gli altri». Padre Dimitrios non lo sa, ma questo pensiero è lo stesso di san Massimo il Confessore (cfr Ambigua, PG 91, 1137c). Secondo l’antropologia ortodossa, di cui san Massimo è qualificato testimone, le vecchie caratteristiche personali sono legate alla volontà gnomica, alla gnômê (scelta personale) che esiste nell’uomo della caduta e che genera il peccato. Cristo, secondo l’antropologia ortodossa, non ha volontà gnomica, non ha una gnômê (scelta personale) ma segue la natura. Per Massimo il Confessore «la scelta personale del Logos significa la volontà naturale». Attribuire al Logos una “scelta personale” significa, nella lingua dei padri della Chiesa, attribuirgli una persona umana, come fece Nestorio.

Ora, sappiamo tutti che Nestorio è stato condannato dalla Chiesa per l’eresia del suo insegnamento. Perché bisogna ignorare tale dato di fatto, forzando i concetti solo per accusare gratuitamente chi non ci piace (finendo, per giunta, con l’accusare implicitamente i padri della Chiesa e in particolare san Massimo il Confessore di essere… induisti!)? Il monastero di Grigoriou non dovrebbe forse fornire i suoi monaci di strumenti più idonei, visti i risultati, prima di lanciarli in dispute teologiche più grandi di loro? Non si difende l’Ortodossia in questo modo! E non la si difende utilizzando categorie estranee alla fede dei nostri padri!

Il monaco Dimitrios, infatti, non sembra un teologo ortodosso, ma più un filosofo che interpreta come vuole il cristianesimo. Lo si percepisce anche in un altro punto della sua critica: «L’autore [Maximos Lavriotes] identifica la persona di Cristo, che ha assunto natura umana (intesa come individuo), con la specie umana nella sua totalità. Secondo il monaco Maximos, hanno identico significato: il Corpo di Cristo (ossia la natura umana che ha assunto il Logos di Dio diventando uomo), la Chiesa come Corpo di Cristo (ossia l’unione dei credenti in Cristo) e il Corpo di tutta l’umanità (indipendentemente che si tratti di credenti o meno)». E prosegue: «Il Corpo che Dio aveva preparato prima dei secoli non è la specie umana nella sua totalità, ma l’umana natura che ha assunto quando il Logos di Dio diventò uomo. La Chiesa non ha riconosciuto e non ha identificato se stessa con il Corpo di Cristo ma è stato Cristo che ha costituito la Chiesa – ossia coloro che si avvicinano a Lui in “metania” e fede per mezzo dei Sacri Misteri – suo Corpo. È corretto dire che la Chiesa è destinata ad assorbire tutta l’umanità non pero senza che l’uomo interagisca. È nota la parola del Signore: “Non chi mi chiamerà ‘Signore Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che farà la volontà del Padre mio celeste”, citazione che non viene mai indicata nell’articolo del monaco Maximos».

Prima di tutto, nel testo greco p. Dimitrios scrive: «το προσωπο του Χριστου ο οποιος προσελαβε την ανθρωποτητα». Da notare che il monaco Lavriotes non identifica la persona di Cristo con l’umanità; è la natura che Cristo ha assunto che egli identifica con l’umanità. Questa natura comprende tutta l’umanità. Il monaco Dimitrios confonde la persona con la natura, come vedremo.

In secondo luogo, insistiamo qui su un punto che è comune a tutta la patrologia greca. Per i padri della Chiesa Cristo, assumendo la natura umana, assume tutta l’umanità.

Sant’Atanasio insiste: «Non divenne Dio da uomo che era, ma da Dio che era divenne uomo per poterci divinizzare» (Trattati contro gli ariani, I, 39); e Gregorio il Teologo continua: «To apróslêpton atherápeuton» (Prima lettera al presbitero Cledonio, VII, 32), cioè: «Ciò che non è assunto non è sanato». Quindi, se esiste qualcosa che Cristo non assume, questo non sarà salvato. Per tale ragione, quando Apollinario scrive che Cristo non assume uno spirito umano, tale idea viene vista come eresia, perché ha come sbocco la non-salvezza dell’uomo nella sua integralità. Per questo, per i padri, “Chiesa” è il Corpo Risorto di Cristo e per questo la resurrezione di Cristo è anche la nostra resurrezione, ossia la resurrezione di tutti gli esseri umani, giusti e peccatori. Ma i padri vanno oltre e rifiutano la teologia di Nestorio. Perché – ci chiediamo – la rifiutano così categoricamente? Perché se Cristo avesse assunto una “persona umana” e non una “natura umana”, come affermava Nestorio, avrebbe salvato solo la persona umana da lui assunta e non tutta l’umanità. Ma Cristo, per fortuna nostra (e anche di p. Dimitrios), assume natura umana, cioè assume tutti noi esseri umani, per cui tutti siamo compresi in questa salvezza universale.

San Cirillo di Alessandria nella Terza Lettera a Nestorio (III, 6) scrive: «Per grazia di Dio gustò la morte per tutti, offrendole il proprio corpo, sebbene per natura egli esista come Vita e sia la Resurrezione. Con indicibile potere, al fine di soffrire la morte con la sua propria carne, divenne il primogenito dei morti e la primizia dei dormienti, e indicò alla natura umana la strada per il ritorno all’incorruttibilità. Per grazia di Dio, come or ora abbiamo detto, gustò la morte per tutti e, ritornando alla vita dopo tre giorni, spogliò l’Ade. Perciò si può dire che la resurrezione dei morti avvenne attraverso un uomo, ma intendiamo che l’uomo è il Verbo nato da Dio e che per mezzo suo ha sciolto il potere della morte». Gli fa eco Giovanni Damasceno: «Infatti il Dio Logos non lasciò da parte nessuna delle cose che aveva impiantato nella nostra natura creandoci in principio, ma le assunse tutte, cioè il corpo, l’anima intelligente e razionale e le loro proprietà (infatti l’essere vivente che è privo di una di queste cose non è un uomo); egli tutto intero assunse me tutto intero, e tutto intero si unì con me tutto intero, per donare la salvezza al tutto intero. Infatti ciò che non è assunto, non è sanato» (La fede ortodossa, III, 6).

Perché dunque, se sono così numerosi i riferimenti dei padri della Chiesa, il p. Dimitrios finge che non esistano? Probabilmente, come Nestorio e altri, egli non distingue fra natura (che è una realtà comune a tutti gli esseri umani, ed è stata assunta da Cristo) e persona. Confonde la natura universale (cioè tutti noi), che Cristo assume, con la seconda Persona della Trinità, il Logos, l’ipostasi. Vede solo una natura e la confonde con la persona. Facendo così, quando p. Maximos Lavriotes (come del resto tutti i padri) parla di salvezza universale, di salvezza di tutta l’umanità, p. Dimitrios pensa che egli si riferisca alla salvezza delle ipostasi di ognuno di noi. Per questa sua interpretazione considera implicitamente induiste alcune espressioni dei padri e in particolare di Massimo il Confessore. E sempre per questa ragione egli vede una differenza fra la natura umana assunta da Cristo e l’Umanità che siamo tutti noi, dimenticando che Cristo è considerato il nuovo Adamo.

Ipostasi e natura. In questi tempi anche teologicamente difficili, i due termini vengono spesso confusi. Vogliamo proporre a noi stessi e a tutti le chiare parole di san Giovanni Damasceno: «Le cose comuni e generali sono dette come predicati delle cose particolari che dipendono da loro. Quindi cosa comune è la sostanza, particolare è l’ipostasi: particolare non perché essa abbia una parte della natura (infatti non ne ha soltanto una parte), ma particolare per il numero, come individuo (infatti si dice che le ipostasi differiscono per il numero e non per la natura)». Il Damasceno prosegue: «Inoltre noi diciamo che la nostra natura è risuscitata dai morti, è ascesa, e si è assisa alla destra del Padre, non perché tutte le ipostasi degli uomini siano risorte e si siano assise alla destra del Padre, ma perché nell’ipostasi di Cristo è risorta e si è assisa tutta la natura umana. Infatti il divino apostolo dice: “Con lui ci ha risuscitato e ci ha fatto sedere, nel Cristo”» (La fede ortodossa, III, 6).

Alla luce di tali basilari concetti, possiamo comprendere come p. Dimitrios rifiuti il fatto che tutti gli uomini saranno risuscitati e tutti si uniranno con Cristo. Questa unione va sicuramente chiamata salvezza, come dice san Giovanni Crisostomo. Ma con l’aggiunta seguente: essa sarà per alcuni pienezza di vita, o, se vogliamo, paradiso (ci riferiamo a coloro che ora vedono Dio o in modo confuso tramite le preghiere, cioè nello stadio della purificazione e illuminazione, oppure faccia a faccia, ovvero nello stadio della glorificazione), mentre per altri, per quelli che non vedono Cristo in questa vita, essa sarà “fuoco che brucia gli indegni”, secondo la felice e terribile espressione che leggiamo in molte orazioni.

È proprio muovendo da questa considerazione che padre Maximos Lavriotes si esprime nei termini seguenti: «È evidente che, se deve aver luogo un’effettiva prassi eucaristica, colui a cui sarà offerta l’eucaristia dev’essere visibilmente presente», cioè deve essere visto, e lo può essere dai cristiani, o meglio dai cristianizzati, ossia da tutti coloro che sono entrati negli stadi sopraccitati della purificazione, dell’illuminazione, o della glorificazione. Essi vedono Dio o tramite le preghiere, in modo confuso, o faccia a faccia. Quanti non si trovano in nessuno di questi stadi – cristiani di nome – si autoescludono dalla glorificante comunione e dalla visione di Lui.

Per questo Ireneo afferma: «Ma neppure [offrono l’oblazione pura] tutte le aggregazioni degli eretici. Alcuni, dicendo che esiste un Padre diverso dal Creatore, quando gli offrono doni ricavati da questo nostro mondo creato, lo presentano come avido e desideroso dei beni altrui; altri, dicendo che il nostro mondo è derivato da una defezione, da una ignoranza e da una passione, quando gli offrono i frutti della ignoranza, della passione e della defezione, peccano contro il loro Padre e gli rivolgono oltraggi più che azioni di grazie. Come potranno essere certi che il pane eucaristizzato è il corpo del loro Signore e il calice è il suo sangue, se non affermano che egli è il Figlio del Creatore del mondo, cioè il suo Verbo per mezzo del quale il legno “fruttifica”, le sorgenti sgorgano, «la terra produce prima l’erba, poi la spiga e poi il grano pieno nella spiga»? Inoltre, come possono dire che la carne è destinata alla corruzione e non parteciperà alla vita, se è nutrita dal corpo del Signore e dal suo sangue? Dunque o cambino il loro modo di pensare o si astengano dall’offrire quello che abbiamo detto sopra! Il nostro pensiero, invece, è in pieno accordo con l’eucaristia e l’eucaristia a sua volta conferma il nostro pensiero. Perché gli offriamo ciò che è suo, proclamando armoniosamente la comunione e l’unità della carne e dello Spirito» (Contro le eresie, IV, 18, 4-5).

Un altro punto nella risposta di p. Dimitrios crea non poca perplessità nei nostri cuori, che sarebbero fortemente turbati dalle sue parole se non conoscessero la verità. Ci riferiamo all’accusa che egli muove all’archimandrita Maximos Lavriotes di non rispettare il sacerdozio e i sacerdoti: «Maximos considera il sacerdozio e i misteri della Chiesa inutili. Il sacerdozio, secondo il monaco Maximos, costituisce naturale espressione di tutti gli uomini della terra. Inoltre egli usa come sedicente difensore di queste posizioni sant’Ireneo. Si esprime in modo irriverente verso i sacerdoti e i vescovi della Chiesa». Ma questa accusa gli si ritorce contro: è lui a non rispettare affatto p. Maximos, trattandolo come un suo inquisito e privandolo di ogni dignità, umana e sacerdotale. Arriva perfino a dire che è stato cacciato dal Monte Athos, senza fornirci alcuna prova, senza spiegarci il perché di questa decisione, da chi essa sarebbe stata emanata e chi l’avrebbe eseguita. Non saremo certo noi a rispondere a queste accuse infondate e indegne di un cristiano. Il Lettore potrà leggere la seconda parte dell’intervista di padre Maximos Lavriotes, pubblicata in questo numero, dove si parlerà anche di simili calunnie.

Tornando al sacerdozio, per p. Maximos esso non è una vocazione, ma un servizio alla comunità. Non è Dio che ha bisogno del servizio sacerdotale, ma la comunità cristiana. Infatti noi tutti abbiamo un unico e vero Sacerdote (che è Cristo) e un unico e vero Sacrificio (che è sempre Cristo), attraverso il quale Cristo ci salva.

P. Maximos, nel suo articolo, critica tutte quelle concezioni che vogliono, a tutti i costi e a discapito di tutto, a volte anche di Cristo, elevare l’umano sacerdozio ad una casta intermediaria fra Dio e gli uomini, spingendosi a sostenere che Dio non può salvare nessuno senza i sacerdoti, sacerdoti che così sono tentati di presentarsi come sostituti del Cristo assente, di agire dunque “in persona Christi”, di considerarsi come fonti concrete di salvezza, aldilà della loro effettiva unione con Cristo, solo in virtù dell’ordinazione ricevuta… Una posizione, questa, che non è ortodossa, ma che ha influenzato molti nella Chiesa Ortodossa.

Non spetta a noi giudicare tali convinzioni. Nostro dovere, in quanto cristiani, è quello di rifarci ai padri, padri che si sono espressi contro questi stessi abusi presenti anche nella loro epoca.

Pensiamo, in particolare, a san Simeone il Nuovo Teologo e alle sue reazioni dinanzi a quanti vedevano nel loro sacerdozio un potere personalissimo da amministrare secondo la loro volontà personale e non secondo “l’imitazione di Cristo”. Egli scrive sulla confessione dei peccati affermazioni molto più dure e lapidarie delle critiche sollevate da p. Maximos Lavriotes: «Come è stato detto, i santi apostoli trasmettevano questo potere per successione a quelli che avrebbero occupato i loro troni, perché nessun altro aveva l’audacia di pensare a una cosa simile. Così i discepoli del Signore conservavano scrupolosamente il diritto del loro potere. Ma, come abbiamo detto, con il passare del tempo, poiché i degni si trovarono confusi e mescolati agli indegni e furono nascosti in mezzo alla folla, l’uno gareggiava nel superare l’altro e anteponeva la cattedra alla virtù. Dopo che quelli che avevano ricevuto i troni degli apostoli, si rivelarono carnali, amanti dei piaceri e della gloria e deviarono nell’eresia, la grazia di Dio li abbandonò e questo potere fu tolto a tali persone. Perciò, avendo perso anche tutti gli altri requisiti che i celebranti devono possedere, la sola cosa che viene loro richiesta è di avere l’ortodossia. Ma io non sono di questo parere, perché non è colui che non introduce nuovi dogmi nella Chiesa di Dio a essere ortodosso, ma colui che possiede una vita conforme alla parola retta. Nei diversi tempi, patriarchi e metropoliti, o cercarono un uomo simile e non lo trovarono, oppure, trovatolo, preferirono a lui l’indegno, limitandosi a esigere da lui che sapesse mettere per iscritto il simbolo di fede e accontentandosi di questo solo, non che fosse zelante nel bene o combattesse qualcuno perché malvagio; erano convinti di riuscire con questi mezzi a pacificare la Chiesa, cosa che è peggiore di ogni inimicizia e di una grande confusione. In conseguenza di ciò, dunque, i presbiteri persero il loro valore e divennero come il popolo. E siccome alcuni di loro non erano sale, come ha detto il Signore (Mt.5,13), sale che servisse a frenare e a correggere con castighi la vita dissoluta, ma piuttosto perdonavano e coprivano gli uni le passioni degli altri, divennero peggiori del popolo, e il popolo peggiore di loro. Alcuni fra il popolo risultarono anche migliori dei presbiteri, e in questa oscura tenebra brillarono come carboni. Se quelli, secondo la parole del Signore, avessero brillato nella loro vita come sole (Mt 5,16), non sarebbero apparsi brillanti i carboni, che sarebbero invece apparsi più neri per effetto della luce più forte. Ma del sacerdozio, tra gli uomini sono rimasti soltanto il mantello e il vestito, mentre il dono dello Spirito era passato ai monaci, e si riconosceva dai segni che, con le loro azioni, essi seguivano le orme degli apostoli; ma anche là il diavolo compì la propria opera. Avendo visto dunque che quelli erano apparsi come nuovi discepoli di Cristo nel mondo e che risplendevano per la vita e i prodigi, il diavolo introdusse falsi fratelli e i propri strumenti, e si confuse con essi. Costoro, moltiplicandosi a poco a poco, come tu vedi, sono diventati inservibili, monaci che non hanno più nulla di monastico. Né dunque a quelli che sono monaci per l’abito né a quelli che sono ordinati e contati nel grado del sacerdozio né a quelli che sono onorati per la dignità dell’episcopato, patriarchi, dico, metropoliti e vescovi, così, semplicemente e a causa della sola ordinazione e della relativa dignità, è stato dato da Dio (il potere) di rimettere i peccati».

Ecco il pensiero e la via dei padri! Queste parole e queste dottrine, a prima vista dure e pesanti, dovrebbero spingerci a una maggiore consapevolezza, a pentirci e a cambiare vita, a dimostrare ai nostri santi padri che non abbiamo abbandonato il loro insegnamento che proviene da Dio… non a nascondere le nostre miserie attaccando i fratelli che ce lo ricordano!

Se volessimo, infine, far nostra tutta la “filosofica” risposta di p. Dimitrios e se volessimo trarre le dovute conclusioni da quanto egli afferma, dovremmo imparare che i padri non hanno ragione in materia di fede, e che non sono il criterio dell’Ortodossia (forse egli pensa che solo chi vive sul Monte Athos lo sia?). E, ancora, dovremmo pensare che san Massimo il Confessore, affermando ciò che afferma, evidenzia influenze induiste. E che confonde, per giunta, natura e persona, come tutti gli eretici condannati dalla Chiesa.

Ci sarebbero anche altri punti, nello scritto di p. Dimitrios, che non reggono il confronto con i padri, ma lo spazio non ci permette di andare oltre. Esprimiamo solo dispiacere (al di là del fatto, comunque positivo e importante, del confronto che si è creato): dispiacere per alcune posizioni confuse (vicine, almeno nella materialità della loro espressione, al nestorianesimo) di cui p. Dimitrios si è fatto portatore; dispiacere, ancora, per un ethos di cui egli si è fatto testimone, ethos di accusa personale, ingiusta e calunniosa, verso un suo confratello.

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Avatar Redazione della rivista «Italia ortodossa»

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