Lo stile patristico nell’esporre l’argomento
Oggi non è facile rinvenire delle opere teologiche veramente chiare, perché in tale campo regna una certa confusione. Il ricercatore coscienzioso deve fare un lavoro ingrato e pesante, cioè muoversi tra una grande quantità di articoli e di libri, la maggior parte dei quali gli è più d’ostacolo che d’aiuto. È raro trovare qualcosa d’illuminante.
In mezzo a questa situazione caotica, il cristiano confuso può chiedersi: su quali riferimenti poggia il pensiero teologico occidentale? Che tipo di pensiero su Dio ha maturato l’Occidente cristiano?
Si è diffusamente imposta – e ha un fondamento scientifico – l’opinione secondo la quale il pensiero agostiniano trinitario sia alla radice della prevalente impostazione teologica affermatasi in Occidente dal IX secolo in poi.
Non gode di altrettanta diffusione l’opinione secondo la quale in Agostino d’Ippona esista una confusione tra ciò che Dio è e ciò che Dio fa. La mancanza di una conoscenza diffusa su questo punto continua a rendere oscura l’origine della problematica comprensione del rapporto tra Dio e il mondo (teonomia o autonomia?).
Nella maggioranza delle loro opere, i padri non confondono mai la maniera in cui il Padre incausato esiste – e in cui il Figlio e lo Spirito Santo ricevono la loro esistenza dal Padre – con l’essenza e l’energia che il Padre comunica al Figlio e allo Spirito Santo. Questa distinzione è già chiara nello scritto Contro Eunomio di san Basilio Magno. È frutto di questa chiarezza l’aver attribuito a Dio un’essenza inconoscibile e delle energie partecipabili. Così non si possono introdurre equivoci non solo sul piano della riflessione intratrinitaria, ma anche su quello del rapporto tra Dio e il creato. Quindi, se la Trinità si relaziona con il cosmo e l’uomo sulla base dell’invio delle energie divine, è difficile confondere l’aspetto divino trascendente con quello immanente.
Una delle manifestazioni dell’energia divina è la luce increata sfolgorata sul monte Tabor al momento della trasfigurazione di Cristo. Tale luce viene partecipata ai credenti divinizzati.
A tal proposito san Gregorio Nazianzeno afferma questo:
Nei secoli, vuoti di tutto, il Sommo Regnatore si muoveva contemplando lo splendore, a lui caro, della sua bellezza, cioè il congiunto, uguale lampeggiare della triplice luce divina, nel modo che è noto solo a Dio e a quelli che possiedono Dio.
(Gregorio Nazianzeno, I cinque discorsi teologici, Città Nuova, Roma 1986, p. 247).
Tale posizione non è isolata ed è spesso rinvenibile in Oriente. In Occidente testimonianze di questo genere sono più rare ma non meno certe (san Gregorio Magno e san Cassiano).
In quest’ambito, dunque, Dio viene descritto come essenza inconoscibile e come energie partecipabili e conoscibili. In tal maniera la verità biblica della contemporanea trascendenza e immanenza divina rimane inalterata e viene spiegata coerentemente. Ciò non comporta che venga svelato il contenuto inaccessibile della sostanza di Dio trattandolo alla stregua di un elemento naturale di cui descrivere la composizione chimica. I padri, rifiutandosi di operare in questa maniera, non rinunciano ad utilizzare la ragione, ma la usano solo nell’ambito in cui essa si può muovere. Dalle loro esposizioni emerge un’intrinseca ragionevolezza; non procedono introducendo assiomi apodittici che spiazzano il lettore o slogan privi di spiegazioni che paralizzano la mente.
La tradizionale posizione teologica occidentale davanti all’argomento:
stile e problematiche discendenti
Purtroppo questo stile (che sviluppa un pensiero coerente partendo da presupposti biblici e aderisce alle possibilità della ragione senza sopravalutarne o ipovalutarne le potenzialità) non viene spesso seguito.
Prendendo in mano un saggio pubblicato in una collana teologica di un certo rilievo (P. Sartorelli, Eugenio IV nel vortice di eventi drammatici, Pontificia Accademia Teologica Romana, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1990), spicca subito un altro modo di procedere e di argomentare.
Il saggio in esame, nonostante la poca chiarezza delle citazioni e l’esiguo apparato critico, affronta il pontificato di Eugenio IV e, tra l’altro, l’unione con la “Chiesa Greca” al Concilio di Ferrara-Firenze.
L’autore deve necessariamente parlare di san Gregorio Palamas, la cui impostazione, erede delle posizioni patristiche suaccennate, veniva fedelmente mantenuta da san Marco Eugenico al tempo dell’assise fiorentina.
Per Gregorio Palamas, Dio è essenza ed energie. L’autore incontra questa distinzione ma finisce per liquidarla senza fornire alcuna spiegazione con la seguente frase: «Una distinzione della natura dall’azione di Dio era ed è inaccettabile». (p. 112). Questa frase apodittica è supportata da una nota i cui riferimenti non sono ben chiari. La citazione rimanda ad un contributo di Hans-Georg Beck, il quale non pare per nulla obiettivo oltre ad introdurre affermazioni caustiche e contraddittorie. Il contributo in questione è inserito nella Storia della Chiesa di Hubert Jedin (editrice Jaca Book, Milano 1975). In tale scritto non viene per nulla spiegato perché la distinzione patristica tra natura e azione di Dio «era ed è inaccettabile».
L’unica spiegazione a questo modo di procedere può essere dedotta pensando che tali autori sappiano che alcune parziali e inesatte affermazioni trinitarie agostiniane sull’argomento sono state assunte nella teologia di Tommaso d’Acquino, teologia canonizzata da Leone XIII agli inizi del ‘900. L’autorevolezza della teologia tomista vincola in coscienza tali autori, impedendo loro di comprendere la più autorevole prospettiva patristica in merito.
L’adesione coscienziosa dell’autore cattolico al magistero papale si può comprendere. Si comprende certamente molto meno la mancanza di argomenti a supporto delle proprie argomentazioni.
Perciò questi fatti impongono alcune domande:
- Con queste posizioni e questa maniera di argomentare, che genere di “dialogo” può fare il Cattolicesimo romano con la cristianità ortodossa, erede diretta delle posizioni cristiane patristiche?
- La mancanza di riferimenti concreti non suggerisce, tra le altre cose, una vera incapacità ad affrontare questi argomenti, difficoltà con la quale, alla fine, questi autori devono trincerarsi in un tautologico “è così perché è così”?
- Ciò non mostrerebbe ulteriormente una rottura con l’antica tradizione cristiana nello stile e nei contenuti?
È probabile che a questo genere di domande non verrà mai data una risposta.


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