Ha senso inginocchiarsi durante la santificazione dei Sacri Doni, quando la Divina Liturgia si celebra la domenica, o nel periodo di Pentecoste?
È necessario inginocchiarsi durante la santificazione dei Sacri Doni per devozione?
Nell’Ortodossia italiana e in quella dei Paesi tradizionalmente ortodossi esiste una certa confusione sul senso dell’inginocchiarsi. Così, durante la Divina Liturgia domenicale, quando alcuni fedeli s’inginocchiano, altri non lo fanno. Il problema è riscontrabile anche tra i sacerdoti che hanno diverse prassi: alcuni s’inginocchiano prima e dopo la santificazione dei Doni, altri solo prima e altri solo dopo. Se questi preti concelebrano si nota chiaramente che fanno contemporaneamente cose differenti.
Anticamente i cristiani che conoscevano bene le consuetudini della Chiesa s’inginocchiavano solo durante la lettura delle benedizioni nel vespero di Pentecoste. È perciò che in Grecia questo vespero è stato soprannominato “vespero dell’inginocchiamento”. Già nell’antichità cristiana, durante la quaresima, si facevano grandi metanie (metanoies) e tutti s’inginocchiavano per l’ingresso dei “Doni Presantificati”. Inoltre molti fedeli, solitamente donne e bambini, s’inginocchiavano sotto il libro del Vangelo mentre veniva letta una pericope evangelica o durante il Grande Ingresso. Invece per la santificazione dei Sacri Doni non esisteva l’abitudine di mettersi in ginocchio. I fedeli s’inchinavano profondamente, ma non si mettevano in ginocchio. Lo stesso avviene ancora oggi sul Monte Athos, dove si conservano con fedeltà e precisione le antiche tradizioni liturgiche: i sacerdoti non s’inginocchiano durante la santificazione, s’inchinano profondamente secondo il Tipicon (la consuetudine liturgica); i monaci scendono dai loro posti (stassidia, scanni) e s’inchinano profondamente, senza mettersi in ginocchio. Questo ha un valore particolare perché, sicuramente, il mondo monastico conosce meglio di altri la tradizione liturgica e cerca d’esservi più aderente.
Anche nell’antica tradizione occidentale non esisteva l’abitudine di porsi in ginocchio durante la santificazione dei Santi Doni la domenica. L’abitudine (di mettersi in ginocchio) è stata imposta dai papi Onorio I e Gregorio X, nel X secolo, epoca di grande disorientamento e ignoranza. Si pensava che la posizione in ginocchio potesse intensificare la devozione al momento della consacrazione eucaristica (la transustanziazione) e quando si recitava la frase del Credo «per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli, e s’incarnò dallo Spirito Santo e da Maria Vergine, e si fece uomo». In seguito quest’usanza fu introdotta nella Chiesa Russa all’epoca di Pietro il Grande, grazie alla sua intensa attività per occidentalizzare il Paese. Furono così introdotti elementi estranei al culto russo e di tipica influenza “franca”. Tra quest’ultimi si può indicare la polifonia, il modo occidentale di dipingere le icone e, non ultimo, l’inginocchiarsi la domenica durante la santificazione dei Santi Doni.
Dopo questi brevi cenni storici osserviamo il pensiero dei padri della Chiesa su tale argomento. Basterebbe solo l’esistenza di due canoni di concili ecumenici – il Primo di Nicea (325) e il Concilio di Trullo (619) – a mettere fine ad ogni opinione contraria. Il primo canone, il ventesimo canone di Nicea, dice:
Siccome esistono alcuni che di domenica, e anche nei giorni della (dopo la) Pentecoste, s’inginocchiano, indiciamo che si debba stare in piedi (in questi periodi) e ciò si custodisca sempre (in ogni luogo; nell’atteggiamento) e in tutte le parrocchie (si rispetti ciò); è parso opportuno al santo Sinodo che le preghiere debbano in tal modo essere offerte a Dio.
Il secondo canone, il canone numero 90 di Trullo, dice:
Dai nostri padri portatori di Dio (Teofori) abbiamo regolarmente ricevuto che di domenica non ci si deve mettere in ginocchio per onorare la resurrezione di Cristo. Siccome non dobbiamo ignorare la chiarezza di questa osservazione (insegnamento-precetto), facciamo presente ai fedeli che, dopo il vespero del sabato, dopo l’ingresso dei sacerdoti nel santuario, secondo la valida consuetudine, non ci s’inginocchi fino al vespero di domenica, nel quale, dopo l’ingresso ilare, ci si inginocchia. Così offriamo le preghiere al Signore. Ricevendo anticipatamente la resurrezione del nostro Salvatore dopo la notte di sabato, dall’oscurità cominciamo spiritualmente le preghiere e le finiamo alla luce in modo che, per tutta la notte e il giorno seguente, festeggiamo la resurrezione.
San Nicodemo l’Aghiorita, nel libro sulle norme canoniche (il Pidalion), commenta splendidamente questi due canoni, specialmente il primo. Lo scritto sintetizza l’opinione di tutti i padri su tale argomento. L’opinione comune, espressa da Nicodemo, ci permette di sottolineare alcuni punti di questi canoni che risolvono ogni ulteriore dubbio.
Primo punto: Il canone di Nicea ci fa capire che già all’epoca esistevano dei luoghi nei quali i fedeli s’inginocchiavano e dei luoghi nei quali ciò non avveniva. Per questo il canone impone una regola generale e proibisce ai fedeli d’inginocchiarsi la domenica, basandosi su una precisa tradizione che non ha bisogno d’essere giustificata teologicamente affinché in tutte le parrocchie ci sia un identico comportamento. Il canone è preciso e severo. Se non accenna a eventuali sanzioni ecclesiastiche, non si deve credere che accolga con indifferenza l’abitudine di mettersi in ginocchio durante la domenica e nei giorni della Pentecoste. Se un grande concilio, come quello di Nicea, si è occupato della questione, significa che non l’ha considerata di poco conto.
Secondo punto: il 90° canone del Concilio di Trullo conosce il canone di Nicea e si riferisce ad esso. Quando dice: «Dai nostri padri portatori di Dio abbiamo regolarmente ricevuto…», completa il canone precedente e lo giustifica teologicamente. Inoltre, senza riferirsi al vespero di Pentecoste, delimita il tempo in cui non ci si debba inginocchiare, a partire dal vespero domenicale. Evidentemente esisteva ancora una certa confusione sui tempi in cui non ci si doveva inginocchiare e questo ha reso necessaria la composizione di un canone specifico per rispondere alla questione. Il testo si riferisce, come molti padri, alla grande frequenza con la quale i fedeli pregavano in ginocchio, frequenza che nei nostri rilassati tempi non esiste più. Ma decreta, altresì, che la posizione eretta di domenica debba essere obbligatoria per professare gioiosamente la resurrezione di Cristo e la propria futura resurrezione. Questi motivi sono sufficienti a non modificare questa tradizione. I testi dei padri sottolineano il senso teologico delle due forme di preghiera: quella in ginocchio esprime pentimento e umiltà, quella in piedi esprime gioia per la resurrezione, libertà e coraggio in Cristo dei figli di Dio. Ne consegue che va contro il senso tradizionale incoraggiare l’inginocchiarsi per motivi di devozione durante i giorni di resurrezione, dato che si contravviene al chiaro insegnamento patristico e canonico. Siccome il Concilio di Trullo si è preoccupato di questa questione, ne consegue che esistevano persone che si ponevano in ginocchio nelle liturgie domenicali. Non è corretto, dunque, seguire quest’ultime trascurando le valide disposizioni contrarie.
Non è neppure pensabile che l’Ortodossia, che è la Chiesa delle tradizioni ed è fiera della propria fedeltà ai sette concili ecumenici, faccia o insegni il contrario riguardo ad argomenti sui quali esistono chiare indicazioni conciliari e patristiche. La resurrezione di Cristo richiama immediatamente la posizione eretta nella preghiera. È necessario che il popolo capisca e gusti questo splendido simbolismo, analizzando il significato di questo tipo di adorazione nella linea indicata dai padri, dai canoni e dalle antiche consuetudini ecclesiali. Non penso che esista un altro simbolismo che abbia così tante conferme. Nell’iconografia ortodossa della resurrezione del Signore soltanto Adamo ed Eva vengono rappresentati in ginocchio, sollevati però dalla potente mano del Signore per renderli partecipi della gioia della resurrezione, alla quale ognuno di noi è chiamato.


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