La Chiesa apostolica

Immagine: icona di sant’Ignazio di Antiochia.

La storia della Chiesa cristiana ha inizio con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli a Gerusalemme durante la festa della Pentecoste. Nel giorno stesso, attraverso la predicazione di san Pietro, tremila uomini e donne sono stati battezzati, e si è formata la prima comunità cristiana a Gerusalemme.

In breve tempo i membri della Chiesa di Gerusalemme furono dispersi dalla persecuzione che seguì la lapidazione di santo Stefano. «Andate dunque», aveva detto Cristo, «e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28:19). Obbedienti a questo comando, predicarono ovunque andarono, dapprima agli ebrei, ma ben presto anche ai pagani. Alcune storie di questi viaggi apostolici sono narrate da san Luca nel libro degli Atti; altre sono conservate nella tradizione della Chiesa. Entro un tempo straordinariamente breve, piccole comunità cristiane erano sorte in tutti i centri principali dell’Impero Romano, e perfino in luoghi al di fuori delle frontiere romane.

La Chiesa come comunità eucaristica

L’Impero Romano nel quale viaggiavano questi primi missionari cristiani era, in particolare nella sua parte orientale, un impero di città. Ciò determinò la struttura amministrativa della Chiesa primitiva. L’unità fondamentale era la comunità di ogni città, governata dal proprio vescovo; ad assistere il vescovo vi erano presbiteri o preti, e diaconi. La campagna circostante dipendeva dalla chiesa della città. Questo schema, con il triplice ministero di vescovi, preti e diaconi, era già stabilito in alcuni luoghi al termine del I secolo. Lo possiamo vedere nelle sette brevi lettere che sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, scrisse attorno all’anno 107 mentre era in viaggio verso Roma per subirvi il martirio. Su due cose Ignazio poneva una particolare enfasi: il vescovo e l’Eucaristia; egli vedeva la Chiesa come una realtà sia gerarchica che sacramentale. «In ogni Chiesa», scriveva, «il vescovo presiede al posto di Dio». «Che nessuno compia atti che riguardano la Chiesa senza il vescovo… Dovunque appare il vescovo, là vi sia anche il popolo, proprio come laddove si trova Gesù Cristo, ivi si trova anche la Chiesa cattolica». [NdR: “cattolica” significa “universale”]. E il primo e distinto compito del vescovo è di celebrare l’Eucaristia, «la medicina dell’immortalità».

Oggi si tende a pensare alla Chiesa come a un’organizzazione mondiale, in cui ogni corpo locale fa parte di una pienezza più diffusa e inclusiva. Ignazio non guardava alla Chiesa in questo modo. Per lui la comunità locale è la Chiesa. Nel suo pensiero la Chiesa è una società eucaristica, che realizza la propria vera natura solo quando celebra la Cena del Signore, ricevendo il suo corpo e sangue nel sacramento. Ma l’Eucaristia è qualcosa che può avvenire soltanto a livello locale – in ogni comunità particolare raccolta attorno al proprio vescovo; e in ogni celebrazione locale dell’Eucaristia è Cristo intero a essere presente, non solo una sua parte. Perciò ogni comunità locale, quando celebra l’Eucaristia domenica dopo domenica, è la Chiesa nella sua pienezza.

L’insegnamento di Ignazio ha un posto permanente nella tradizione ortodossa. L’Ortodossia pensa ancora alla Chiesa come a una società eucaristica, la cui organizzazione esterna, per quanto necessaria, è secondaria rispetto alla sua vita interiore, sacramentale; inoltre l’Ortodossia sottolinea ancora l’importanza cardinale della comunità locale nella struttura della Chiesa. A quanti partecipano a una Liturgia pontificale ortodossa, mentre il vescovo all’inizio della funzione sta nel mezzo della chiesa, circondato dal suo gregge, apparirà con particolare chiarezza l’idea di Ignazio di Antiochia del vescovo come centro di unità nella comunità locale. Ma accanto alla comunità locale vi è pure la più ampia unità della Chiesa. Questo secondo aspetto è sviluppato negli scritti di un altro vescovo martire, san Cipriano di Cartagine (morto nel 258). Cipriano vedeva tutti i vescovi come partecipi dell’unico episcopato, eppure partecipi in modo tale che ciascuno ne possiede non una parte, ma la pienezza. «L’episcopato», scriveva, «è una completa unità, di cui ogni vescovo gode il pieno possesso. Anche la Chiesa è una completa unità, anche se si spande in lungo e in largo in una moltitudine di chiese con il crescere della propria fertilità». Vi sono molte chiese ma una sola Chiesa; molti episcopi ma un solo episcopato.

Le prime persecuzioni e i martiri

Vi furono molti altri nei primi tre secoli della Chiesa che come Cipriano e Ignazio terminarono le loro vite come martiri. Le persecuzioni, è vero, erano spesso di carattere locale e di solito di durata limitata. Eppure, anche se vi furono lunghi periodi nei quali le autorità romane estesero al Cristianesimo un’ampia misura di tolleranza, la minaccia di persecuzione era sempre presente, e i cristiani sapevano che in ogni momento questa minaccia poteva divenire una realtà. L’idea del martirio aveva un posto centrale nella visione spirituale dei primi cristiani. Per loro la Chiesa era fondata sul sangue: non solo il sangue di Cristo, ma anche il sangue degli “altri Cristi”, i martiri. Nei secoli successivi, quando la Chiesa divenne una realtà “ufficiale” e non subì più persecuzioni, l’idea del martirio non scomparve, ma prese altre forme: la vita monastica, per esempio, è spesso considerata dagli autori greci come un equivalente del martirio. Lo stesso approccio si trova anche in occidente: si prenda per esempio un testo celtico – un’omelia irlandese del VII secolo – che accosta la vita ascetica alla via del martire:

Ora vi sono tre tipi di martirio che valgono all’uomo come una Croce: il martirio bianco, il martirio verde, e il martirio rosso. Il martirio bianco consiste nell’abbandono di tutto ciò che un uomo ama a causa di Dio… il martirio verde consiste nel liberarsi per mezzo del digiuno e della fatica dai propri desideri malvagi, o nel soffrire angustie di penitenza e conversione. Il martirio rosso consiste nel sopportare la Croce o la morte a causa di Cristo.

In molti periodi della storia ortodossa la prospettiva del martirio rosso è stata piuttosto remota, e le forme verde e bianca hanno prevalso. Eppure vi sono stati anche dei tempi, soprattutto in questo secolo passato, in cui gli ortodossi e altri cristiani sono stati ancora chiamati a sopportare il martirio di sangue.

I concili come manifestazione dell’unità della Chiesa

È naturale che i vescovi, che, come sottolineava Cipriano, sono compartecipi del medesimo episcopato, si riuniscano in concilio per discutere i propri problemi comuni. L’Ortodossia ha sempre assegnato grande importanza al posto dei concili nella vita della Chiesa. Essa ritiene che il concilio sia il principale organo attraverso il quale Dio ha scelto di guidare il suo popolo, e ritiene che la Chiesa cattolica sia essenzialmente una Chiesa conciliare (di fatto in russo lo stesso aggettivo “soborny” ha il doppio senso di “cattolico” e “conciliare”, mentre il sostantivo corrispondente, “sobor”, significa sia “chiesa” che “concilio”). Nella Chiesa non esiste dittatura né individualismo, ma armonia e unanimità; i suoi membri restano liberi ma non isolati, visto che sono uniti dall’amore, dalla fede e dalla comunione sacramentale. In un concilio si può vedere come questa idea di armonia e di libera unanimità venga messa in pratica. In un vero concilio nessun singolo membro impone arbitrariamente la propria volontà sul resto, ma ciascuno si consulta con gli altri, e in tal modo tutti giungono liberamente a una “mente comune”. Un concilio è un’incarnazione vivente della natura essenziale della Chiesa.

Il primo concilio nella storia della Chiesa è descritto in Atti 15. Riunì gli apostoli, e si tenne a Gerusalemme per decidere fino a che punto i convertiti pagani dovessero essere sottoposti alla Legge di Mosè. Gli apostoli, quando raggiunsero finalmente la loro decisione, parlarono in termini che in altre circostanze sarebbero apparsi presuntuosi: «È parso giusto al Santo Spirito e a noi…» (At 15:28). Concili successivi si sono spinti a parlare con la stessa confidenza. Un individuo isolato può ben esitare a dire: «È parso giusto al Santo Spirito e a me»; ma quando sono riuniti in concilio, i membri della Chiesa possono vantare assieme un’autorità che individualmente nessuno di loro possiede.

Il Concilio di Gerusalemme, radunando come fece i capi dell’intera Chiesa, fu una riunione eccezionale, di cui non esiste un parallelo fino al Concilio di Nicea nel 325. Ma al tempo di Cipriano era già invalso l’uso di tenere concili locali, frequentati da tutti i vescovi di una particolare provincia civile dell’Impero Romano. Un concilio locale di questo tipo normalmente si riuniva nella capitale provinciale, sotto la presidenza del vescovo della capitale, a cui veniva dato il titolo di metropolita. Con il passare del III secolo, i concili estesero la loro influenza e iniziarono a includere vescovi non di una sola ma di diverse province civili. Queste riunioni più ampie tendevano a radunarsi nelle città principali dell’Impero, quali Alessandria o Antiochia; e così avvenne che i vescovi di certe grandi città iniziarono ad acquisire un’importanza maggiore di quella dei metropoliti provinciali. Ma in quel tempo nulla fu deciso riguardo allo status preciso di queste grandi sedi. Né durante lo stesso III secolo questa continua espansione di concili raggiunse la sua logica conclusione: fino ad allora (a parte il Concilio Apostolico) vi erano stati solo concili locali, di maggiore o minore portata, ma nessun concilio “generale”, formato da vescovi dell’intero mondo cristiano, che parlavano a nome dell’intera Chiesa.

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Avatar Redazione della rivista «Italia ortodossa»

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