Ci troviamo nel IV secolo. Il dominatore dello scenario politico era Costantino il Grande, imperatore dell’Impero Romano. Con Costantino il Cristianesimo diventò religione ufficiale dell’Impero e cessarono le persecuzioni anticristiane. In quell’epoca erano apparse le grandi eresie del mondo cristiano, delle quali la principale era l’Arianesimo: prendeva il nome da Ario, che era nato in Libia nella seconda metà del III secolo e aveva studiato alla scuola di Luciano di Antiochia (tale scuola era stata creata ad Antiochia, in Siria, da Luciano di Samosata nel 260-270).
L’Arianesimo usava il metodo grammatico-storico nell’interpretazione della Sacra Scrittura, cioè si interessava degli elementi storici che in qualche modo rivelano la personalità di Cristo, come anche il significato evidente della Rivelazione.
Le tendenze della scuola di Luciano molto spesso condussero a un razionalismo dannoso e precursore di eresie. Si tenga ben presente che Luciano era un “monarchiano dinamico” ossia considerava il Figlio come una forza di Dio. Tale forza abitò nell’uomo Gesù, il quale, a causa della sua perfetta eticità, fu adottato dal Padre e diventò Figlio per grazia. Vedremo poi l’influenza che ha avuto Luciano su Ario. Altri noti rappresentanti di questa scuola sono stati Teodoro di Mopsuestia, maestro di Nestorio, e Giovanni Crisostomo.
Secondo un’informazione non confermata, Luciano potrebbe essere stato anche direttore della scuola di Alessandria, la quale diventò famosa quando fu diretta da Panteno. Secondo Eusebio la scuola di Alessandria fu creata dall’evangelista Marco. Aveva tre caratteristiche principali: la ricerca metafisica del contenuto della fede; l’influenza della filosofia platonica; l’interpretazione allegorica della Sacra Scrittura. I più famosi alessandrini furono Clemente, Origene e Cirillo.
Ario si stabilì ad Alessandria, dove venne ordinato sacerdote dal vescovo Pietro. In seguito fu sospeso da Pietro, ma fu poi nuovamente accettato nel clero dal vescovo Achilla, succeduto a Pietro. Alla morte di Achilla, Alessandro divenne vescovo di Alessandria. Ario si scontrò con Alessandro a causa dell’opinione contrastante su un versetto della Sacra Scrittura che si riferiva alla “Persona del Figlio di Dio”. Tale versetto era stato diramato dal neo vescovo Alessandro a tutti i sacerdoti per raccogliere la loro interpretazione personale. Alessandro vide nella spiegazione di Ario uno sforzo per sottovalutare la “Persona del Figlio”. Dai vari incontri personali tra i due, venne chiarito che Ario insisteva nelle sue posizioni e in particolare considerava Alessandro un sostenitore di Sabellio. Malgrado tutto, il vescovo inizialmente non reagì, ma successivamente mandò Ario in esilio.
Ario andò in Palestina, Siria e Asia minore, dove convinse molti vescovi, tra cui Eusebio di Nicomedia ed Eusebio di Cesarea, ad aderire alle sue idee. I vescovi giustificarono le posizioni di Ario durante un sinodo col quale chiesero la sua riammissione nella Chiesa. Ario scrisse un’Apologia che fu votata dal sinodo a Nicomedia e trasmessa come epistola al vescovo di Alessandria. Esso, come risposta, nel 318 convocò un sinodo ad Alessandria che confermò la condanna di Ario.
L’eresia di Ario assunse grandi dimensioni e raccolse molti consensi tra i fedeli. Anche il popolo partecipava alle discussioni teologiche e i pagani deridevano i cristiani riuniti nei loro teatri. Ario insegnava che “uno è Dio” ingenerato ed esistente da sempre (epistola ad Alessandro). Vicino a Dio c’è una forza impersonale, la “Sofia”: è il Verbo. Dio era Dio senza essere Padre: Dio non è sempre stato Padre, ma lo è diventato solo successivamente, quando ha voluto creare il mondo e ha creato quindi un essere, il Figlio. Si chiama “Sofia” e “Logos”. Esistono due “Sofia”: una impersonale e una personale (il Figlio, che è creato). Il tempo presente comincia con la creazione del Figlio, il primo generato, l’architetto della creazione. Il Figlio non è perfetto Dio perché non conosce e non vede il Padre ed è “treptos” (mutabile) come tutti gli esseri umani.
Questa discussione, questa inimicizia che si è creata in Egitto, era troppo grossa per essere affrontata dal vescovo Alessandro da solo. Fortunatamente Dio ha dato al vescovo, per questo tema, un aiutante molto capace: fra i suoi preti c’era anche un giovane diacono, poco importante e piccolo di statura, ma con un’anima tanto calorosa e luminosa da risplendere attraverso i suoi occhi. Questo giovane si chiamava Atanasio ed era destinato a riempire l’ecumene cristiana con la sua fama.
Atanasio aveva solo vent’anni quando cominciò questa disputa. Anche se era giovanissimo, aveva già scritto due discorsi: Discorsi contro i Greci (“Greci” nel senso di “pagani”) e Discorso per l’incarnazione del Figlio di Dio e la Sua manifestazione verso di noi. In tutti e due questi discorsi emergono una teologia profonda, una fede potente e una continuità con quello che videro i profeti, con quello che insegnarono gli apostoli e con quello che la Chiesa ereditò dai padri. Il tutto espresso con quell’arte retorica tipica degli antichi Greci. Atanasio si affermava così come uno dei migliori campioni della rinascita dell’insegnamento cristiano dell’epoca. La sua anima era piena di principi e speranze del cristianesimo e la sua fede lo spingeva a usare la cultura della sua epoca per abbattere il pensiero pagano. Se aggiungiamo a tutto questo la sua natura particolare, cioè la grande intelligenza, lo spiccato senso pratico e il coraggio, avremo una piena conoscenza della personalità di Atanasio.
Atanasio si rese subito conto quanto il rifiuto di Ario di riconoscere il mistero Trinitario rappresentasse una minaccia per la fede cristiana. Questo rifiuto è stato da sempre una tentazione del pensiero filosofico dell’uomo, poiché non riesce a capire il mistero di Dio con la logica. Siccome “Dio”, per la filosofia greca, era “l’assoluto uno”, questo uno non poteva essere anche trino, perché l’affermare che “uno è uguale a tre” era considerata una cosa completamente illogica. Per questo motivo Ario riconosceva come Dio il Padre: uno è l’assoluto uno, e il Figlio è quindi una creatura. La conseguenza di questa filosofia – che Atanasio aveva intravisto – è l’impossibilità per l’uomo di divinizzarsi, cioè di innalzarsi verso Dio. Questo errore è determinato dal fatto di considerare lo stesso Salvatore non Dio e dunque di parlare solo di un miglioramento etico dell’uomo e non di una divinizzazione.
Atanasio dedicò tutta la sua vita e tutte le sue forze alla difesa del Logos incarnato, con tanta devozione cristiana e tanto coraggio da diventare «il più santo di tutti gli eroi o, meglio, il più eroe di tutti i santi». Questa era la situazione quando Costantino, dopo la sua vittoria su Licino, arrivò a Nicomedia (che in quell’epoca era ancora la capitale di fatto dell’Impero, dal momento che Diocleziano vi aveva portato il governo imperiale). Ortodossi e ariani chiesero protezione a Costantino. Costantino, temendo che questa confusione potesse far scoppiare una guerra civile nell’Impero, chiese alle due fazioni di lasciare la contesa e cercare un accordo per far ritornare la pace nella Chiesa. Ma le cose non andarono così. Ario andò dall’imperatore e lo confuse così tanto da creargli molti dubbi, e nell’Impero l’inimicizia continuò. Costantino comprese allora la necessità di convocare un concilio ecumenico quale intervento risolutivo.
Al Concilio di Nicea parteciparono 318 padri. L’imperatore si fece carico delle spese e fece invitare tutti i vescovi della cristianità, ma dall’Europa occidentale vennero soltanto quattro o cinque vescovi; lo stesso vescovo di Roma non partecipò personalmente, mandò due sacerdoti. La maggioranza dei vescovi venne dalle città elleniche o ellenizzate. Fra questi si distinguevano il vecchio Alessandro, vescovo di Alessandria, accompagnato dal suo giovane consigliere Atanasio.
I vescovi si incontrarono nella metà di giugno del 325, ma la riunione ufficiale iniziò il 5 o 6 di luglio. L’incontro durò venti giorni e Costantino partecipò alle discussioni, «parlando greco perché non era estraneo a questa lingua», come scrisse Eusebio. Il concilio risolse la questione del rapporto fra il Padre e il Figlio usando il termine “omoousios” (consustanziale). Furono scritti i primi articoli del “Simbolo della fede” (Credo) in modo che, tramite esso, ogni fedele potesse testimoniare e dare una sua omologia ortodossa della Fede Cattolica (cioè “universale”).
Credo in un solo Dio Padre, onnipotente, creatore del cielo e della terra, e di tutte le cose visibili e invisibili. E in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, unigenito, generato dal Padre prima di tutti i secoli: luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, consustanziale (omoousios) al Padre, per mezzo del quale tutte le cose sono state create. Che per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli, e si incarnò dallo Spirito Santo e da Maria Vergine, e si fece uomo. E fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, e soffrì e fu sepolto. E risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture. E ascese ai cieli, e siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà con gloria a giudicare i vivi e i morti; il suo Regno non avrà fine. E nello Spirito Santo.
L’estensione dell’articolo riguardante lo Spirito Santo fu compiuta nel Secondo Concilio Ecumenico di Costantinopoli.
Comparando il Credo niceno originario con il Credo niceno-costantinopolitano, si nota che quest’ultimo comprende sette articoli del Credo niceno con due leggere omissioni e cinque nuovi articoli che implicitamente rigettano alcune eresie. Le aggiunte più importanti sono le seguenti: «creatore del cielo e della terra», contro i marcioniti, i manichei e specialmente Ermogene, i quali accettavano la concezione filosofica greca dell’eternità della materia e, implicitamente, del mondo; «prima di tutti i secoli», contro Sabellio, Marcello di Ancira, Fotino di Sirmio ed Eunomio; «dallo Spirito Santo e da Maria Vergine», contro gli apollinaristi; «e siede alla destra del Padre […] il suo Regno non avrà fine», contro Marcello e il suo discepolo Fotino; quasi tutto l’ottavo articolo sullo Spirito Santo contro i diversi gradi di negazione della Divinità dello Spirito. (Gennadios Limouris, voce “Credo niceno” del Dizionario del movimento ecumenico).
La filosofia greca, come abbiamo visto, non poteva concepire che “l’assoluto uno” fosse uguale a tre. Inoltre Dio, secondo la concezione greca, è estraneo e trascendente al mondo. Per colmare la distanza fra mondo e Dio, Platone introdusse dèi minori, creati da Dio (l’assoluto uno): essi in seguito crearono il mondo. Gli gnostici continuarono questo sforzo. Per risolvere questi problemi, verso la fine del III secolo, Sabellio affermò che Dio, l’assoluto uno, è uno però con tre Persone, cioè con tre maschere (in quell’epoca il termine “persona-prosopon” era sinonimo di maschera). Disse che nell’Antico Testamento Dio ha la maschera del Padre e nel Nuovo quella del Figlio, mentre nella Chiesa ha quella dello Spirito.
Gli ortodossi reagirono a Sabellio, ma con due espressioni diverse: gli alessandrini usarono l’espressione “tre Persone, tre ipostasi” per indicare che le Persone non sono maschere, ma esistenze reali. In Occidente si usò l’espressione “tre Persone, una ipostasi” (considerando però qui il termine “ipostasi” – in latino “substantia” – con il significato di “sostanza”, che in greco corrisponde a “ousìa”). Questa espressione però, agli occhi degli alessandrini, lasciava senza reale esistenza (ipostasi) le Persone, che si potevano così interpretare come maschere; dunque questa formula poteva essere interpretata come sabelliana.
Il problema era molto complesso perché si usava il termine “ipostasi” (preso dalla filosofia greca), il cui significato in quell’epoca si avvicinava ancora alla parola “ousìa” (sostanza). Quindi l’espressione “tre Persone, tre ipostasi” (se “ipostasi” qui ha il significato di “sostanza”) poteva indicare che il Figlio non fosse della stessa sostanza del Padre: tale affermazione poteva quindi essere considerata ariana. Prima abbiamo però visto che Ario, combattendo Sabellio, considerava il Figlio come creatura. Questo perché Ario da una parte affermava che il Figlio era un’esistenza reale (ipostasi), non una maschera, e dall’altra parte salvava anche la filosofia greca, la quale affermava che solo uno è Dio (l’assoluto uno è uno: questo assoluto uno è il Padre, mentre il Figlio è una creatura perché non conosce il Padre, ma solo la sua energia increata nelle sue molteplici manifestazioni).
Sia gli ortodossi sia gli ariani hanno pienamente aderito alla tradizione ereditata secondo la quale solo Dio conosce la propria ousìa. Questo significa che Colui che conosce la natura Divina è, per sua natura, Dio stesso. Così, per provare che il Logos è una creatura, gli ariani hanno affermato che il Logos non conosce l’ousìa (sostanza, essenza) del Padre. Gli ortodossi hanno invece affermato che il Logos conosce l’ousìa del Padre, perciò è increato. Le creature non possono conoscere la sostanza di Dio, ma solo l’energia increata di Dio nelle sue molteplici manifestazioni.
Il Concilio di Nicea affermò apofaticamente che il Figlio è della stessa sostanza del Padre (omoousios, consustanziale), quindi l’espressione “tre Persone, tre ipostasi” fu rigettata come ariana in quanto ancora non esisteva una separazione netta fra ousìa e ipostasi. Alla fine del Simbolo di Nicea sono scritti degli anatemi contro le più importanti espressioni eretiche di Ario: «A quelli che dicono che c’era (esisteva) un tempo che non era (esisteva) (il Figlio), e prima di essere nato non esisteva (Il Figlio), e anche che è nato dal non essere, o da un’altra ipostasi o sostanza…». Da questi anatemi comprendiamo che per il Concilio di Nicea “ipostasi” era sinonimo di “sostanza”.
Il termine “consustanziale” tuttavia non risolse totalmente la questione ariana. I gruppi ariani accusarono il Concilio di Nicea di essere sabelliano a causa della non chiarezza terminologica sopraddetta. La soluzione a questo malinteso fu avviata da sant’Atanasio e formulata definitivamente dai padri cappadoci, affermando che «l’ipostasi non è uguale alla sostanza (ousìa), ma differisce da essa come l’individuale dall’universale (cioè l’ipostasi è uguale alla Persona e tutto questo si separa dall’ousia)», concetto che approfondiremo più avanti.
La controversia fra ortodossi e ariani si basava sulla relazione del Logos (Verbo, Figlio) con il Padre. Gli ortodossi hanno insistito sul fatto che il Logos è increato e immutabile. Egli è sempre esistito col Padre, che, dalla sua natura, l’ha generato prima di tutti i secoli. Gli ariani hanno insistito che lo stesso Logos è una creatura mutevole che dedurrebbe la sua esistenza prima di ogni tempo, grazie alla volontà del Padre.
Sia gli ortodossi sia gli ariani non hanno mai dubitato che il Logos sia una Persona molto concreta (una ipostasi) – e in questo si differenziavano da Sabellio, solo che gli ortodossi lo consideravano come Persona, mentre gli ariani come sostanza – che ha rivelato il Dio invisibile dell’Antico Testamento ai profeti, agli apostoli e ai santi. Il Logos è sempre stato identificato con l’Angelo di Dio, il Dio della Gloria, l’Angelo del Gran Consiglio, il Dio Sabaoth e la Sapienza di Dio apparsa ai profeti dell’Antico Testamento e divenuta Cristo nascendo come uomo da Maria Vergine. Nessuno, tranne Agostino d’Ippona e la teologia latina, ha dubitato tutto ciò.
Così le questioni di base furono: cosa videro i profeti nella gloria increata di Dio? Un Logos creato o un Logos increato? Un Logos che è Dio per natura e, perciò, che ha tutte le energie e i poteri della natura di Dio, o un Dio per grazia che ha alcune, ma non tutte le energie del Padre, per cui è Dio solo per grazia e non per natura? Sia gli ortodossi sia gli ariani erano d’accordo sul principio che, se il Logos ha ogni potere ed energia del Padre per sua natura, allora è increato. In caso contrario è una creatura.
Nella Bibbia c’è una testimonianza di quanto i profeti e gli apostoli videro nella gloria del Padre. La Bibbia stessa, quindi, può rivelare se il Logos ha o no tutte le energie e i poteri della natura paterna. Allora conosceremo se i profeti e gli apostoli hanno visto un Logos creato o un omoousios increato del Padre.
Una delle cose più stupefacenti nella storia dei dogmi è il fatto che sia gli ariani sia gli ortodossi utilizzarono indiscriminatamente il Vecchio e il Nuovo Testamento. La ragione era molto semplice. Essi fecero un dettagliato elenco dei poteri e delle energie del Padre. Lo stesso fecero per il Figlio. Poi li compararono per vedere se fossero identici o meno. Per loro il fatto importante non consisteva nella somiglianza, ma nell’identità. (G. Romanides, Patriarch Athenagoras Memorial Lectures, Holy Cross Orthodox Press, 1981).
Il Concilio di Nicea condannò Ario e lo esiliò assieme ai suoi fanatici seguaci in Galazia, in Asia Minore. I due Eusebi firmarono, non senza dubbi, l’omologia ortodossa del Concilio di Nicea, anche perché Costantino era deciso di dare il suo appoggio alla decisione del Concilio. L’imperatore emanò un decreto contro tutti quelli che non accettavano il Concilio, chiamò Ario seguace di Porfirio (filosofo neoplatonico), ordinò di bruciare tutte le sue opere e condannò a morte tutti quelli che le nascondevano.
Purtroppo però il Concilio di Nicea non diede fine a questa disputa. Ario aveva tanti amici potenti, tra cui Eusebio di Cesarea ed Eusebio di Nicomedia. Quest’ultimo convinse Costantino a richiamare Ario dall’esilio per terminare la divisione nella Chiesa. Così, alla fine del 330, l’imperatore chiamò Ario a corte e gli chiese di accettare il Simbolo di Nicea; quando Ario rispose affermativamente, lo invitò a sottoscrivere l’omologia della fede conciliare. Ario consegnò un’omologia nella quale affermava di credere a un solo Dio, Padre onnipotente, e a un Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli. In questa omologia mancava l’espressione “consustanziale al Padre”. Costantino però non insistette, perdonò Ario e considerò fanatici (oggi diremmo fondamentalisti) quelli che protestavano non considerando questa omologia ortodossa. Tuttavia la riconciliazione non fu risolutiva. Ario era sacerdote ad Alessandria e voleva ritornarci, ma alcuni fatti glielo impedirono.
Appena si seppe che il vecchio vescovo Alessandro era sul punto di morire, tutto il clero e tutti i fedeli della città accorsero presso questo difensore dell’Ortodossia Nicena. Un silenzio profondo dominava attorno al moribondo, quando all’improvviso si sentì il vecchio sussurrare il nome di Atanasio. Quelli che stavano intorno si stupirono, perché sapevano che Atanasio era a Costantinopoli per un incarico affidatogli da Alessandro. Un prete, che si chiamava anche lui Atanasio, si presentò e disse: «Sono io, Signore». Il vecchio vescovo non rispose e continuò a chiamare Atanasio. Poi disse: «Atanasio, credi che riuscirai a scappare, ma non ce la farai». Allora tutti intuirono il significato di quella scena misteriosa: Atanasio aveva ritardato il suo ritorno apposta per non diventare il successore di quel vecchio santo. Alessandro, con tale sogno profetico manifesto a tutti, gli annunziava che non sarebbe riuscito a evitare il suo destino. Il desiderio del moribondo si diffuse come un fulmine in tutta la città.
E così, quando i 54 vescovi della provincia d’Egitto si incontrarono ad Alessandria per eleggere il nuovo vescovo, la grande massa riunita in chiesa gridò con un coro unanime che sceglieva Atanasio come pastore. I vescovi non concordavano con tale nomina, ma non potendo contrastare l’insistenza del popolo, furono costretti a nominarlo. Atanasio ritornò ad Alessandria e fu consacrato vescovo tra l’esultanza e la letizia di tutto il popolo.


Rispondi