I dibattiti cristologici dei primi secoli cristiani hanno definito una volta per tutte l’identità che Cristo ha in rapporto a se stesso e alle altre due Persone trinitarie. La materia trattata nelle assisi ecumeniche ha esposto la Verità rivelata nel Nuovo Testamento, Verità fatta Persona nel Logos consustanziale al Padre (Gv 1:1), senza violare il mistero personale di Cristo. I dibattiti sono durati secoli perché l’esposizione cristologica non è stata affatto semplice. È molto più facile sottolineare un aspetto della Rivelazione mettendo in ombra tutti gli altri piuttosto che conservare l’intera Verità. Così c’è stato chi, volendo mantenere l’unità di Dio, ha ridotto Cristo a un semplice uomo (Arianesimo) e chi, con la medesima intenzione, lo ha ritenuto una delle tre forme (Padre, Figlio, Spirito) attraverso le quali l’unico Dio si è manifestato lungo la storia dell’umanità (Modalismo). Alla fine i padri della Chiesa, attraverso la pratica di una santa vita, sono riusciti a porsi nella corretta prospettiva esistenziale con cui sono stati scritti i Vangeli, l’unica prospettiva che permette di comprenderli. Così i loro tentativi di descrivere nel debole linguaggio umano le Verità cristologiche hanno avuto pieno successo.
La soluzione patristica, canonizzata dai concili cristologici, descrive in Cristo una Persona con due nature, una divina e una umana. La natura umana ha tutte le proprietà (idiomi) che la contraddistinguono e altrettanto quella divina. Appartengono agli idiomi la volontà, la forza, l’amore, il libero arbitrio, la sapienza, la conoscenza, ecc.
Essendoci due nature, quella umana e quella divina, in Cristo esistono due volontà (l’umana e la divina), due forze (l’umana e la divina) e così via. Gli idiomi non passano da una natura all’altra, altrimenti le nature si mescolerebbero. In Cristo la natura divina e quella umana sono in pericoresi, cioè una dentro l’altra, né mescolate né confuse.
Cristo, avendo due volontà, possiede la volontà divina e quella umana. È opportuno ricordare, a tal proposito, il famoso passo della sofferta obbedienza di Cristo a Dio nell’orto degli ulivi, prima della sua passione: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu». (Mt 26:39).
La questione sulla volontà di Cristo è sorta quando, alla sconfitta del Monofisismo (in Cristo c’è solo una natura e quindi un’unica volontà), sorse un’altra eresia: il Monotelismo. Il Monotelismo (dal greco monos, “unico”, e thélein, “volere”) fu un’eresia cristologica che si propagò in tutta la Chiesa e venne sostenuta per dei motivi sostanzialmente politico-religiosi. L’Impero Romano Bizantino aveva da poco perso quella parte del Cristianesimo che non accettava il dogma del Concilio di Calcedonia (la duplice natura umano-divina del Cristo). Pensava dunque di recuperare questi cristiani con un “ingegnoso” compromesso: nel Figlio di Dio ci sono, sì, due nature, ma un’unica volontà, quella divina. Quest’idea conquistò papa Onorio al punto che il patriarcato romano divenne uno dei centri sostenitori del Monotelismo. Tale eresia fu condannata dal Terzo Concilio Ecumenico di Costantinopoli (680-681), e i suoi sostenitori (che, oltre ad Onorio, erano Ciro d’Alessandria, Macario d’Antiochia e qualche patriarca costantinopolitano) vennero sconfessati e allontanati dalla Chiesa (scomunicati) perché non erano espressione autentica della stessa. Venne così annullata un’idea che invalidava il Concilio di Calcedonia e le Verità rivelate in esso propugnate.
Concludiamo con una citazione tratta dal tredicesimo capitolo dell’Esatta esposizione della fede ortodossa di san Giovanni Damasceno (650-750), nella quale è stato sintetizzato quanto abbiamo qui trattato:
Noi, riconoscendo che il medesimo è perfetto Dio e perfetto uomo, diciamo che il medesimo ha tutte quante le cose che ha il Padre, eccetto la non generazione, e ha tutte quante le cose che aveva il primo Adamo all’infuori soltanto del peccato, e cioè un corpo e un’anima razionale e intelligente. E quindi, corrispondentemente alle due nature, ha in modo duplice le proprietà naturali delle due nature: due volontà naturali, e cioè quella divina e quella umana; due operazioni naturali, quella divina e quella umana; due liberi arbitri naturali, quello divino e quello umano; e anche la sapienza e la conoscenza, quelle divine e quelle umane. Infatti il medesimo, essendo consustanziale (della stessa sostanza) a Dio Padre, vuole e opera con libera volontà come Dio; e il medesimo, essendo consustanziale anche a noi, vuole e opera con libera volontà come uomo. Di lui infatti sono i miracoli, e di lui sono le sofferenze.


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