La nepsis. Dionigi l’Areopagita e Massimo il Confessore

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Descrizione

Molti intendono l’amore come un semplice “vogliamoci bene fratelli”. Per i padri della Chiesa, però, l’amore cristiano è un amore che non cerca la reciprocità, cioè è un amore disinteressato. Per arrivare a questo amore bisogna fare un lavoro ascetico-neptico, in grado di avvicinarci al mistero di Dio e farci diventare simili a Lui, che ama follemente l’umanità intera.

San Massimo il Confessore, riallacciandosi agli scritti di san Dionigi l’Areopagita, stabilito che l’amore è figlio della liberazione dalle passioni e che «la passione non è reale perché è un movimento dell’anima contro natura», insegna che la passione più grande è l’amore per se stessi, inteso come «l’insensato amore del corpo». Chi – in questo senso – ama se stesso non può amare veramente Dio e l’uomo. Il donnaiolo, per esempio, concentrato nella ricerca del proprio piacere, è misogino e misantropo. Chi si libera dall’amore per se stessi, invece, può acquisire il filoteismo (amore per Dio) e la carità. L’amore per Dio provoca il vero amore per gli altri e per se stessi, cioè per la natura umana, che tutti condividiamo.

Non si può diventare un vero philotheos (colui che ama Dio) senza amare la nepsis (vigilanza sui pensieri che appaiono nella mente), perché la mente dell’uomo ha un ruolo importante nello sviluppo delle passioni e «una mente allontanata da Dio diventa demoniaca o bestiale». Purificando la mente, custodendola e riportandola a Dio, vengono trasformate anche tutte le potenze dell’anima e del corpo. Con la vittoria sulle passioni, diventa possibile raggiungere il vero amore, allontanare la cupidigia e acquisire filantropia e carità.

San Massimo fa una distinzione tra l’uomo pratico e quello teorico, cioè tra πράξις e θεωρία. L’uomo pratico è l’uomo ferino che cerca ancora di placare le passioni, che si comportano come bestie selvagge, e l’uomo teorico è il pastore di pecore, che eleva la mente all’altezza della Theoria. L’uomo può unirsi con Dio in Gesù Cristo per grazia, attraverso la Katharsis (purificazione), la Theoria (illuminazione) e la Theosis (divinizzazione). Massimo descrive molto bene questo processo, e sottolinea che lo sforzo per partecipare all’atto increato di Dio è un obbligo per la teologia, perché «la teologia senza pratica è la conoscenza dei demoni». I padri, custodendo la mente, partecipano ai verbi increati e poi rispondono agli eretici con verbi costruiti (significati e immagini), mentre gli eretici usano la filosofia, in cui contemplazione e immaginazione sono mescolate.

Conoscendo molto bene la teologia ascetico-neptica della Chiesa, Massimo fu in grado di affrontare le eresie Monoenergismo e Monotelismo, e, dopo che un sinodo monotelita lo condannò alla flagellazione, per poi tagliargli la lingua e la mano destra e farlo morire rinchiuso in una fortezza, i suoi scritti furono utilizzati dal VI Concilio Ecumenico, che lo riconobbe come un grande Confessore della fede.

Dionigi l’Areopagita gli aveva aperto la strada con la sua opera La teologia mistica, dove afferma che con la teologia mistica l’uomo entra nel regno del silenzio, che mira all’indicibile. Il suo discorso non è “filosofico” nel senso corrente del termine, perché il suo punto di partenza è quel timore di Dio che è la strada regale per la sapienza. La presenza di questo timore di Dio è legata in modo indissolubile a ciò che il nostro tempo allontana incessantemente: la consapevolezza del mistero. Senza perlomeno un sospetto dei limiti della ragione umana, il discorso di quest’opera è difficilmente percorribile.

 

 

 

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